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«Dimentichiamo lo stereotipo dello sceicco saudita che gira in Rolls Royce e compra ville milionarie con rubinetti in oro massiccio,» ci dice Francesco Ricci, presidente di Metalscreen, «oggi la classe dirigente degli Emirati Arabi è fatta di persone che hanno studiato a Cambridge e Harvard, con una mentalità aperta che gli viene sì dalla grande ricchezza ma soprattutto da una cultura e un senso della tradizione fortissimi».
Ricci è un imprenditore che gli Emirati li conosce bene e da molto tempo. La Metalscreen, azienda del modenese, ha portato i suoi controsoffitti in alluminio nel Burji al Arab – la celebre "Vela" di Dubai –, nell'Armani Hotel dentro la Khalifa Tower, nel nuovo Palazzo Presidenziale in costruzione ad Abu Dhabi e nelle stazioni di benzina della compagnia di bandiera Adnoc. «Negli Emirati l'aria condizionata è ovunque, i nostri controsoffitti servono a coprire le canalizzazioni e sono rigorosamente in alluminio perché essendoci il mare occorrono prodotti anticorrosivi».
A Ricci però non interessa tanto esaltare i suoi prodotti bensì fare un discorso di sistema sull'internazionalizzazione e il ruolo geopolitico svolto dagli Emirati in una zona del mondo strategica per le relazioni tra Oriente e Occidente. Gli Emirati sono un Paese sicuro per chi vuole investire: «In ogni parte del mondo, in ogni epoca, c'è sempre stato un Paese neutrale, immagini la Svizzera in Europa durante la Seconda Guerra mondiale,» spiega il presidente di Metalscreen, «ebbene, gli Emirati oggi sono uno Stato dove possono essere garantiti gli interessi di tutti, come abbiamo avuto modo di constatare ad esempio nel sistema bancario e finanziario».
«Negli Emirati non ci sono mai stati atti eclatanti di terrorismo, mai una autobomba o un pazzo che si è fatto esplodere,» prosegue, «è un Paese che gode di una stabilità politica invidiabile, garantita dalla Casa regnante, dalle grandi famiglie degli Al Nahyan di Abu Dhabi e degli Al Maktum di Dubai che governano su queste terre da quando, trent'anni fa, c'era solo la sabbia del deserto». Stabilità politica che fa rima con lungimiranza economica: «Gli Uae hanno meno petrolio degli altri Paesi del Medio Oriente e hanno compreso che l'investimento fondamentale è sul turismo».
«La prima cosa che serve per fare turismo – cosa che non abbiamo capito in Italia – è offrire la massima sicurezza e un grande rispetto verso chi visita un altro Paese. Ecco perché gli emiri hanno fatto grossi investimenti nelle strutture ricettive: mega hotel, piste da scii, open di golf, tanti appuntamenti sportivi e culturali di primo piano».
Tutto questo senza dimenticare le classi più svantaggiate. «Mentre fornivamo i nostri controsoffitti agli ospedali emiratini ci siamo accorti che si trattava di strutture sanitarie per i poveri che in Italia non abbiamo neppure al Niguarda di Milano. Per dire, hanno un sistema interno di turn over in cui anche il primario del grande ospedale va a fare training ai dottori delle cliniche per le classi popolari... nei grandi mercati del pesce a mezzanotte l'invenduto deve – e sottolineo deve – essere regalato agli indigenti. Il popolo ama la monarchia e posso dirlo perché me ne sono reso conto di persona».
Ma che consigli dare alle PMI italiane che magari pensano di non avere le gambe abbastanza forti per scommettere e investire all'estero? «In teoria nessuno ce l'ha, abbiamo scoperto che anche i colossi dell'imprenditoria nazionale rischiano di fare la fine del gigante Golia. Di bolle di sapone in questi anni ne abbiamo viste tante, quando ci proponevano il Sud America o Paesi terzi...». La ricetta di Ricci al contrario è fatta di serrata analisi del mercato e investimenti sull'innovazione.
«Negli Emirati gli imprenditori italiani debbono andarci prima di persona per rendersi conto delle opportunità che offrono; né bisogna fermarsi al fatto che sono uno Stato ricco ma piuttosto comprendere la positività dell'ambiente circostante. Poi c'è l'innovazione: noi abbiamo investito in tecnologia avanzata, nei processi di automazione e di robotizzazione dei cicli produttivi; abbiamo capito che a penalizzare l'impresa italiana è il costo del lavoro. L'innovazione ci ha permesso di ridurre il gap e di esportare all'estero».
Del resto uno dei business strategici sono le compagnie di bandiera, vettori come Emirates o Etihad che con le loro sponsorizzazioni hanno in mano le più grandi squadre di calcio. «Il petrolio costa sempre meno, loro ne hanno a sufficienza e con la benzina che non è un problema portano nel Paese turisti e imprenditori a divertirsi e lavorare».
Chiediamo a Ricci del mercato del wedding, visto che ci prepariamo ad accompagnare una missione di imprenditori italiani al Dubai Bride 2014, la più grande fiera campionaria sul matrimonio del mondo arabo. «E' un settore dove certamente si può fare business, per gli arabi il matrimonio è una delle cose più importanti. Le celebrazioni e la festa durano un giorno intero, gli sposi prenotano ballroom da 2000, 2500 posti allo Sheraton piuttosto che all'Hilton, sto parlando anche del ceto medio. La sposa e le signore invitate si cambiano più volte di abito durante la cerimonia».
Che differenza c'è tra Dubai e Abu Dhabi? «Direi quella che passa in Italia tra Roma o Napoli, bellissime città piene di vita e di divertimento, e Milano, il centro degli affari. Dubai "buca" prima nella comunicazione per le sue spiagge da sogno, perché puoi incontrarci Beckham o veder giocare Federer. Abu Dhabi svolge un ruolo diverso. Nel palazzo presidenziale che gli sceicchi della capitale stanno facendo costruire, di tasca loro, all'interno di una penisola alla quale si accede solo dal mare o per via aerea, ci saranno allo stesso tempo la residenza della casa regnante e tutti gli uffici governativi, una specie di Casa Bianca per Obama o di Cremlino per Putin. Il nuovo Guggenheim Museum e il nuovo Louvre Asia apriranno proprio ad Abu Dhabi. La città vuole darsi un taglio di centro politico, piazza affari e capitale della cultura».
In conclusione, per Ricci gli Emirati rappresentano un alleato strategico per Italia, Europa e Occidente. «E' gente abituata a fare affari in un mondo globalizzato, che ti "scannerizza" quando gli vai a proporre i tuoi prodotti. Ciò che rende ancora competitive le nostre aziende è che, rispetto ai cinesi, ai thailandesi o ai coreani, veniamo percepiti come soggetti affidabili». Attenti allora a non cadere nel vecchio orientalismo che si nutre di turbanti e deserto: «Loro hanno la villa a Londra e la Ferrari – se mai – la usano quando vengono in vacanza in Italia a Capri o a Positano».


(Intervista a cura di Roberto Santoro - ItaliaUae)

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